Il tormentone

https://www.amazon.it/Italia-frantumi-Luciano-Gallino/dp/8842082287/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&qid=1537809758&sr=8-1&keywords=gallino+italia+in+frantumi&&linkCode=ll1&tag=terzapaginain-21&linkId=c6a5ccafdad32758e7a95cf6ec7724c6&language=it_IT
Inserito da arabafenice Lunedì, 04 settembre 2006
Puntualmente ogni anno, più o meno nello stesso periodo, si discute sempre delle medesime cose e, purtroppo senza avere mai approfondito, nel frattempo, la conoscenza del problema. Per questo riteniamo di fare cosa utile ripubblicando questo articolo di L.Gallino estratto dal libro consigliato in nota.
LE VARIABILI NASCOSTE DEL DIBATTITO SULLE PENSIONI Vi sono fenomeni della natura di cui è possibile costruire una spiegazione, seppur complicata, solo se si assume che esistano delle variabili nascoste alla percezione dell’osservatore. Esistono invece dei fenomeni sociali che vengono spiegati con grande semplicità dallo stesso osservatore nascondendo al pubblico la maggior parte delle variabili. Rientrano in questa categoria le proposte di riforma delle pensioni ipotizzate dal governo. Esse fanno seguito alle sollecitazioni da tempo trasmesse da istituzioni quali la Commissione Europea, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca d’Italia, la Confindustria, di recente anche la Corte dei Conti.
In tali proposte e sollecitazioni sono sempre poste in primo piano due variabili il cui peso nessuno può negare. La prima è l’invecchiamento della popolazione. Da un lato è aumentato e continuerà ad aumentare il numero di persone che vivono più a lungo che non una o due generazioni fa; dall’altra, la caduta dei tassi di natalità ha fortemente ridotto il numero dei giovani che entrano nel mondo del lavoro. Perciò i contributi versati via via dagli occupati non basteranno più, in prospettiva, a pagare le pensioni di chi ha lasciato il lavoro. La seconda variabile è l’incidenza delle pensioni pubbliche sul PIL. Essa toccava già al 2000 il 13,8 per cento, ma potrebbe salire di quasi due punti tra il 2030 e il 2040, per ridiscendere poi al 14 per cento verso il 2050. Il bilancio dello Stato, si ricorda, non potrebbe sopportare un simile onere, men che mai a fronte delle esigenze del patto di stabilità adottato dalla UÈ.
Se ci si limita a considerare le suddette variabili, come in genere avviene, gli interventi da compiere sul sistema pensionistico appaiono predefiniti e inevitabili. Bisogna elevare al più presto l’età di pensionamento, a cominciare dalle pensioni d’anzianità. Al tempo stesso si dovrebbe tagliare il livello delle pensioni a venire, mediante dispositivi quali, per dire, il passaggio generalizzato al metodo contributivo, che porta a calcolare la pensione non sulla base della retribuzione degli ultimi anni di lavoro, bensì sulla base di quanto effettivamente versato nell’arco della vita lavorativa. In tal modo si otterrebbe di farle scendere di parecchi punti percentuali al disotto del livello attuale, che corrisponde in media a un po’ meno del 70 per cento dell’ultima retribuzione percepita (il che non è propriamente un lusso). In questa direzione si muovono appunto i progetti di riforma approvati dal governo.
Ciò nondimeno il problema pensioni non è formato solamente da variabili quali l’invecchiamento della popolazione o l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL. Ve ne sono parecchie altre che dovrebbero entrare a pari titolo nel pubblico dibattito. Una di queste è la produttività, intesa come quota di PIL prodotta per ora di lavoro. Si stima che essa cresca, in media e a lungo periodo, tra l’1 e il 2 per cento l’anno. Rivisitate tenendo presente questa variabile, le previsioni circa il futuro andamento del rapporto tra le persone in età lavorativa (15-64 anni) e gli over 65 che si trovano nei rapporti della CE perdono gran parte della loro drammaticità. Infatti, ammesso che si passi dalla situazione odierna – quattro persone in età lavorativa per un anziano – a un rapporto di 2 a 1 al 2050, l’aumento cumulativo della produttività significa che i due lavoratori del 2050 produrranno una quota di PIL, in termini reali, all’incirca equivalente a quella dei quattro lavoratori di oggi. I due lavoratori di domani non faranno quindi più fatica dei quattro di oggi a sopportare l’onere di pagare la pensione a un anziano. Si può obiettare al riguardo che non è pensabile che tutto l’incremento di produttività se ne vada nel finanziare le pensioni del futuro. L’obiezione starebbe in piedi, se non inciampasse subito in un’altra variabile nascosta, il peso relativo dei redditi da lavoro sul PIL. Secondo vari indicatori esso è fortemente diminuito negli ultimi due decenni. Una ricerca pubblicata a metà 2003 dall’Ires-Cgil stima che la quota del monte retribuzioni lorde sul PIL abbia perso in tale periodo oltre 6 punti percentuali, scendendo dal 36,1 per cento al 30 per cento. Un’altra ricerca dell’Università di Pavia ha calcolato in oltre 7 punti percentuali la riduzione della quota di PIL disponibile alle famiglie consumatrici negli anni ’90.
Sei-sette punti di PIL non sono inezie: in moneta attuale equivalgono a 80-90 miliardi di euro l’anno. Ora, poiché le pensioni non sono altro che retribuzioni differite, un taglio alle pensioni aggiungerebbe col tempo a tale salasso, già subito dai redditi da lavoro, un’altra sottrazione dell’ordine di decine di miliardi di euro l’anno. Anche dei liberali come Ronald Dworkin, Michael Walzer, o Amartya Sen, avrebbero difficoltà ad ammettere che saremmo qui in presenza di eque forme di uguaglianza, o di un’accettabile giustizia sociale.
Vi sono poi alcune variabili, pur esse finora nascoste nel dibattito sulle pensioni, identificabili nella qualità dei lavoro che le persone svolgono, e nell’uso della forza lavoro che le imprese fanno. Si pretenda da una persona di svolgere per decenni un lavoro che a causa del modo in cui è organizzato e dell’ambiente in cui ha luogo è logorante per le braccia e per la mente, o è ciecamente subordinato e ripetitivo, o tutt’e due le cose insieme. Non ci si dovrebbe stupire se appena si avvicina a maturare i requisiti necessari quella persona stessa si accinge ad andare in pensione, anche se è ancora relativamente giovane. Naturalmente non v’è dubbio che realizzare forme di organizzazione del lavoro più rispettose delle persone, dei loro bisogni di creatività, di un lavoro che abbia un senso, di riconoscimento, sia assai più difficile che non emanare un decreto che impone loro di andare in pensione due o cinque anni più tardi. Quanto alle imprese, sarebbe opportuno richiedere a esse un piano dettagliato in cui spiegassero come pensano di conciliare le loro insistite richieste di allungamento dell’età lavorativa, con le loro pratiche quotidiane di assillante ricerca di forza lavoro sempre più giovane. Le ragioni di tali pratiche sono chiare: i giovani possiedono nozioni culturali e tecniche più aggiornate. Soprattutto costano meno. Ma occorrerebbe pur mettere riparo, almeno sul piano della forma, a una situazione che vede il massimo dirigente di un’azienda tenere a un convegno una relazione circa l’assoluta necessità di ridurre l’incidenza del carico pensionistico sul PIL, elevando fortemente l’età di pensionamento in modo da recuperare risorse per «la competitività e lo sviluppo»; intanto che, lo stesso giorno, il suo direttore del personale spiega a un tecnico, un quadro, un operaio, o una dirigente, che a quarantacinque anni le loro competenze sono ormai obsolete, ergo in azienda non c’è più posto per loro.
Introdurre nel dibattito sulle pensioni le variabili finora nascoste non aiuterebbe presumibilmente ad accelerare una riforma del sistema, quand’anche si continuasse a reputarla indispensabile. Ma potrebbe servire a dimostrare che essa è forse meno urgente di quanto non si dica. Soprattutto conferirebbe maggior equilibrio al dibattito. Finora la scena, si dovrebbe riconoscere, è stata dominata dagli argomenti cari, e utili, a una parte sola, [pubblicato su Repubblica l’8/7/2003]
Nota: Luciano Gallino , Italia in frantumi.

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