Elogio del tema

Considerando che a inizio di carriera fui convocato dal provveditore perché non introducevo il tema con la solita formula “dica il candidato”, non sono certo il più adatto ad affrontare l’argomento; ma visto che il ministro Bianchi, tra le altre cose, ha parlato di eliminare lo scritto di Italiano dalle prove di esame della maturità, mi dichiaro apertamente contrario.

Vero è che l’avvento dei telefonini ha reso inutile qualsiasi prova scritta, tuttavia nel corso degli anni si era arrivati ad un accomodamento che forniva comunque qualche indizio sulla reale preparazione dell’allievo.

In questa sede non posso che ricordare con nostalgia quando si passava dal cartolaio per munirsi dei due regolamentari fogli protocollo (uno per la brutta e uno per la bella copia) e la soddisfazione finale per essere riusciti ad arrivare alle due colonne e mezzo…

Paolo Pietrangeli

Album in studio

KODAK Digital Still Caamera

venne una sera nella sala da ballo sotto agli studi della radio e, accompagnandosi con la chitarra, cantò alcune canzoni per pochi intimi.

Michele Perfetti

Artista di poesia visiva fece una performance a Stellata sotto la rocca e fu mio preside nel 1991; poco prima di andare in pensione la solita madre insegnante sollecitò una riunione lamentando a suo dire una mia inadempienza nello svolgimento del programma di italiano, Perfetti molto signorilmente la liquidò dimostrando che io avevo seguito alla lettera il programma presentato ad inizio anno e approvato all’unanimità dal consiglio di classe!

Incompreso

Incompreso (Misunderstood) è un romanzo di Florence Montgomery, pubblicato per la prima volta nel 1869. Tradotto e diffuso in tutto il mondo, è la storia di un bambino costretto a soffocare i suoi slanci a causa degli adulti incapaci di capirlo.

Ovviamente non poteva mancare tra le mie letture, ma qui mi riferisco ad altre incomprensioni:

Su Bondeno ho ben due blog: bondeno.online e bondeno.today, il primo ha 8 iscritti, il secondo 27; quello sopra è PRIVATO iniziato nel 2012.

Tutto nacque dopo il terremoto del 20 maggio, pensando che i tempi fossero maturi per riflettere organizzammo una manifestazione http://www.ambientefuturo.info/

Visto che la cosa passò nella totale indifferenza, ad essa feci seguire il blog omonimo di cui vedete la stampa

A parte il mio medico (in pensione) non ho altri lettori.

Su Vimeo ho tutti i video del convegno (in assenza di pubblico e non c’era nessuna pandemia); qui metto quello sulle origini del mito della Fenice: https://vimeo.com/fuoriquadro/lafenice

Guarda la fotografia

L’anno scolastico è il 1975/76 in cui insegnavo in due sezioni del biennio del Liceo “Roiti” di Bondeno

Tante cose sono cambiate nel frattempo: qualcuno è morto (e non per il Covid), non siamo più liceo (la scuola adesso è affiliata all’istituto magistrale “Carducci”)

Per capire la differenza guardate come era composto il corpo insegnante quello stesso anno:

Tempo libero

mostra scolastica

Nei primi anni ’70 iniziai a insegnare nel biennio del liceo dove il programma era meno vincolante e così mi inventai delle attività complementari: come questa mostra fotografica sul”tempo libero” interamente realizzata nei locali della scuola a conclusione dell’anno scolastico (che a Bondeno coincide con la festa del patrono San Giovanni, il 24 giugno).

In questa occasione si teneva aperta la scuola (su via Veneto, passaggio obbligato per la fiera) e questa era una delle foto esposte.

Calendario

Tra le tante pubblicità inserite con Facebook c’era anche l’ offerta di realizzare un calendario con le proprie foto caricate: qui vedete quella di gennaio che si riferisce ad una foto scattata per la fiera di ottobre a Bondeno quando avevamo Radio Alto Ferrarese e lo stand in piazza per raccogliere pubblicità.

Visto che era il 1980 inutile dire che le bambine sono cresciute e tutti noi invecchiati…

Hit Parade

Academia.edu

Qualcuno di voi ricorderà la trasmissione radiofonica condotta da Lelio Luttazzi (1923-2010); nel 1978 insegnavo già al liceo di Bondeno e autorizzai io (come delegato del preside) le assistenti della Giovannini a sottoporre il questionario ad una mia classe quinta liceo.

Mi laureai a novembre e lasciai copia della tesi nella biblioteca di istituto dove rimase dimenticata; costituì invece il punto di partenza per me nel 1994 per la mia pubblicazione “Offerta formativa e offerta occupazionale nel Comune di Bondeno”, che ho messo a disposizione in PDF nello stesso sito

Bibliografia

sono iscritto al sito https://www.academia.edu/37391686/bondeno_pdf , dove potete scaricare l’opera completa di tabelle e grafici su Offerta formativa e offerta occupazionale a Bondeno, che finora ha avuto 118 visualizzazioni; l’altra mia opera retribuita dal Comune di Bondeno è https://www.academia.edu/22002924/Studio_di_fattibilità_per_un_IPSIA_a_Bondeno.

Le altre opere risalgono prevalentemente al mio comando al dipartimento di sociologia presso l’università di Bologna.

Povero me!

Con ogni probabilità anche nel 1939 il registro era della casa editrice Spaggiari (come il mio), ma lui era il docente di italiano a Lettere a Bologna che pretendeva di fare l’appello ogni mattina a 650 alunni ( tanti eravamo noi iscritti al primo anno di corso nel 1966).

Eppure capisco bene il suo spaesamento, così simile al mio dopo una pandemia che sicuramente ha fritto parecchi cervelli: per esempio stamattina su Facebook qualcuno chiedeva se per andare alla fiera paesana servisse il green pass…

Una risata vi seppellirà*

Il potere può accettare molte cose, ma non che si rida di lui. L’altra faccia dell’ironia è il riso che genera: possono censurare una barzelletta, una battuta, una frase, perseguitare chi la pronuncia, ma è difficile che queste cessino di provocare sorrisi. E’ la lezione di un quadro famoso, La risata, del pittore futurista Umberto Boccioni. Il dipinto trasmette vitalità, forza, emozione dirompente che dalla protagonista si irradia contagiosa e si appropria di chiunque incontra. Tutt’altro rispetto a un quadro olandese del Cinquecento, Lo sciocco che ride: sguardo vacuo, l’espressione di chi si lascia vivere, preda di emozioni elementari, il copricapo con le orecchie d’asino; molto politicamente scorretto, ma esemplare. E’ la risata gradita al re e all’imperatore di chi non sospetta lontanamente di essere vittima di inganni e manipolazioni, il suddito perfetto.

Noi sempre allegri bisogna stare proviene da Blondet & Friends

*slogan del movimento del ’77 (vedi pagina del blog)

Umberto Boccioni: La risata, cm. 100,2 x 145,4, Museum of Modern Arts di New York (Attenzione! Foto non fedele all’originale)

Da Guccini a me

Ma che cos’è l’eskimo? Tecnicamente solo un cappotto il quale, durante gli anni ’60, costava davvero poco (Portavo allora un eskimo innocente / Dettato solo dalla povertà) che, come disse lo stesso Guccini “Non lo presi come divisa, ma come un cappotto che costava poco. Non era politicizzato, non aveva significati ideologici” (Non era la rivolta permanente). Nella realtà del cantautore, però, l’eskimo è la costante che unisce i punti di una storia, quella con la sua prima moglie, Roberta Baccilieri, alla quale aveva già dedicato anni prima Vedi cara (1970), raccontata attraverso i moti rivoluzionari del ’68 (scoppiava finalmente la rivolta), dagli occhi di chi quei movimenti li ricorda con un po’ di fierezza e un po’ di nostalgia.

Il racconto parte distante, ben prima di quegli anni (l’estate finiva più “nature” / vent’anni fa o giù di lì), mostrando fin da subito una certa malinconia per quel modo ingenuo e libero di viver la spensieratezza tipica dei giovani, i quali però non sono esenti dai propri naturali limiti di esperienza (a vent’anni si è stupidi davvero / quante balle si ha in testa a quell’età), eppure ricchi di una forza e una vitalità che, con l’arrivo dell’età adulta, sembrano amaramente affievolirsi (la paghi tutta, e a prezzi d’ inflazione / quella che chiaman la maturità), senza poter dimenticare la goliardia (quell’erba ci cresceva tutt’attorno / per noi crescevan solo i nostri guai) e le prime scoperte capaci di rivoluzionare il proprio piccolo mondo (contro il sistema anch’io mi ribellavo cioè / sognando Dylan e i provos).

Ma Eskimo è soprattutto una canzone d’amore: la relazione con Roberta e la loro distanza sociale, essendo lei una benestante da paletò, un cappotto alla moda (e mi pesava quel tuo paletò), e lui con quel suo eskimo sempre addosso, simbolo di una classe non abbiente, ma ricco di quella forza intellettuale che si sarebbe poi trasformata nella sua opera di cantautorato (Ma avevo la rivolta fra le dita / dei soldi in tasca niente e tu lo sai). Una differenza tra i due amanti così grande, e non solo a livello sociale (Portavo una coscienza immacolata / che tu tendevi a uccidere però), che lo stesso Guccini si domanda il perché della sua esistenza (Perché mi amavi non l’ho mai capito / così diverso da quei tuoi cliché /perché fra i tanti, bella, che hai colpito / ti sei gettata addosso proprio a me). Senza portar dubbio alcuno sulla sua naturale fine (si ride per non piangere perché / se penso a quella che eri, a quel che ero / che compassione che ho per me e per te), segnata da una passione oramai morente (vederti o non vederti tutta nuda / era un fatto di clima e non di voglia), in un ricordo intriso di un’antica nostalgia che, nonostante le grandi diversità di intenti tra i due (tu giri adesso con le tette al vento / io ci giravo già vent’anni fa), vive di un’immagine sincera, proprio come il ricordo di una giovinezza sì immatura e sbandata, ma pur sempre storia da conservare con la dovuta cura (Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là / sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità).

Forse proprio per questo Guccini scrive Eskimo: per omaggiare e non scordare quell’istante di vita chiamato gioventù, con tutti i propri attimi di irrazionalità, attraverso una dedica (ed io ti canterò questa canzone / uguale a tante che già ti cantai) ed un saluto al sapore di un addio già annunciato (ignorala come hai ignorato le altre / e poi saran le ultime oramai). Un po’ come in un lungo cammino verso un’immagine collettiva di esperienze, una vecchia polaroid la quale riesuma un passato non troppo lontano, fatto di sentimenti, sesso, ideali, illusioni e cose andate, ritrovata nel cassetto in una domenica di Settembre, la quale terminerà (E questa domenica in Settembre / se ne sta lentamente per finire / come le tante via, distrattamente / a cercare di fare o di capire) con la scrittura di questo testo. Una canzone portatrice di un bagno di emozioni in cui tutti, anche chi non ha vissuto gli anni descritti, si possono immergere, tra un arpeggio, una voce che, come sempre, fa quel che può, ed uno sguardo indietro, mirato, più che verso un reclamo politico, su quello che la musica può rappresentare.

Come afferma lo stesso Guccini:

“Le canzoni, che pure si possono fare con grande serietà, sono il fatto di un momento, qualcosa di semplice, etereo e volatile, senza tante trascendenze e velleità.
Insomma, a canzoni non si fan rivoluzioni, servono cose un po’ più robuste; però possono essere delle ottime compagne di strada, ecco, questo sì”.

Questa domenica in Settembre non sarebbe pesata così,
l’ estate finiva più “nature” vent’anni fa o giù di lì…
Con l’ incoscienza dentro al basso ventre e alcuni audaci, in tasca “l’Unità”,
la paghi tutta, e a prezzi d’ inflazione, quella che chiaman la maturità…

Ma tu non sei cambiata di molto anche se adesso è al vento quello che
io per vederlo ci ho impiegato tanto filosofando pure sui perché,
ma tu non sei cambiata di tanto e se cos’è un orgasmo ora lo sai
potrai capire i miei vent’anni allora, i quasi cento adesso capirai…

Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà,
non era la rivolta permanente: diciamo che non c’ era e tanto fa.
Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però
inutilmente ti ci sei provata con foto di famiglia o paletò…

E quanto son cambiato da allora e l’eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più,
bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà:
tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa!

Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,
credevo che Bologna fosse mia: ballammo insieme all’anno o a Carnevale.
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un dramma o non lo so,
ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel tuo paletò…

Ma avevo la rivolta fra le dita, dei soldi in tasca niente e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai!
Perché mi amavi non l’ ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché,
perché fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me…

Infatti i fiori della prima volta non c’ erano già più nel sessantotto,
scoppiava finalmente la rivolta oppure in qualche modo mi ero rotto,
tu li aspettavi ancora, ma io già urlavo che Dio era morto, a monte, ma però
contro il sistema anch’io mi ribellavo cioè, sognando Dylan e i provos…

E Gianni, ritornato da Londra, a lungo ci parlò dell’ LSD,
tenne una quasi conferenza colta sul suo viaggio di nozze stile freak
e noi non l’ avevamo mai fatto e noi che non l’ avremmo fatto mai,
quell’erba ci cresceva tutt’ attorno, per noi crescevan solo i nostri guai…

Forse ci consolava far l’ amore, ma precari in quel senso si era già
un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città.
L’amore fatto alla “boia d’ un Giuda” e al freddo in quella stanza di altri e spoglia:
vederti o non vederti tutta nuda era un fatto di clima e non di voglia!

E adesso che potremmo anche farlo e adesso che problemi non ne ho,
che nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o là dove si può…
E adesso che sappiam quasi tutto e adesso che problemi non ne hai,
per nostalgia, lo rifaremmo in piedi scordando la moquette stile e l’Hi-Fi…

Diciamolo per dire, ma davvero si ride per non piangere perché
se penso a quella che eri, a quel che ero, che compassione che ho per me e per te.
Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là,
sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità…

Perché a vent’anni è tutto ancora intero, perché a vent’anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età,
oppure allora si era solo noi non c’ entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu…

E questa domenica in Settembre se ne sta lentamente per finire
come le tante via, distrattamente, a cercare di fare o di capire.
Forse lo stan pensando anche gli amici, gli andati, i rassegnati, i soddisfatti,
giocando a dire che si era più felici, pensando a chi s’ è perso o no a quei party…

Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai,
io, come sempre, faccio quel che posso, domani poi ci penserò se mai
ed io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai:
ignorala come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai…

https://auralcrave.com/2019/09/20/francesco-guccini-eskimo-testo-e-significato-del-brano/

Ho avuto la fortuna di frequentare Guccini in diverse occasioni (tanto da poterlo considerare maestro di vita) e qui riproduce molto bene le differenze sociali che anche a Bondeno hanno segnato la mia generazione: per esempio io ricordo che prendevo il treno delle 7 da Ospitale per andare a Bologna a Lettere, quando altri si fermavano più comodamente a Ferrara dove frequentavano Medicina (Gianni Carandina).

Però poi chi andava oltre il biennio di ingegneria o andava anche lui a Bologna o in Collegio a Padova (il Gregorianum per chi poteva permetterselo); quindi nessuna invidia solo una constatazione nata da sè al risveglio…

Abilitazione

Qui si intende quella all’insegnamento che nel corso degli anni ha subito diverse modificazioni a seconda dei ministri che si sono avvicendati alla Pubblica Istruzione; quando l’ho conseguita io dopo la laurea (vedi) si chiamavano Corsi abilitanti.

Si era nel pieno delle principali riforme scolastiche (quelle che avrebbero portato ai Decreti Delegati ) intese a fornire strumenti ad una scuola diventata di massa: infatti eravamo in tanti che si divisero i corsi in due.

So che altri più fortunati finirono nel secondo corso, ma a me (lettera G) toccò il primo gestito nella sede del liceo classico (dove avevo conseguito la licenza liceale) da Pasquale Modestino; gli insegnamenti erano divisi per materie e io scelsi la Geografia per antica vocazione e per conoscenza personale (di partito del prof. Giovannelli)

All’epoca insegnavo alle medie a Ferrara ed ero già iscritto a Scienze Politiche a Bologna (laurea conseguita nel 1978 ) per cui prestai poca o nulla attenzione a quanto raccontavano i relatori, tanto che io che, conservo tutto, non trovo tuttora la tesina prodotta a coronamento del mio lavoro.

Per alcuni dei corsisti fu l’occasione di allacciare nuove amicizie e so di almeno un matrimonio uscito da quella relazione…

Paola Marchetti

Se leggete la pubblicazione dedicata al cinquantenario del liceo trovate una prefazione del preside, in realtà quello di Via Canapa , a Ferrara, era l’istituto magistrale che durava 4 anni e serviva alla formazione dei maestri elementari e richiedeva un quinto anno integrativo per accedere all’università.

Il suo preside era mia compagna di corso a Lettere, stava in via Del Bove 54 a Ferrara, a ridosso della massicciata della linea ferroviaria Ferrara-Codigoro (dove io fui preside per 24 ore, ma questa è un’altra storia); a casa sua io conobbi i primi dischi di De André.

Quando diventò preside per meriti sindacali, la sua segretaria era la ex moglie del provveditore Inzerillo e io ebbi a che fare con entrambe in occasione di esami di maturità; poi ci perdemmo di vista quando un cancro se la portò via…

Informatica

aula di informatica

Nel 1985, per lavori nella sede di Via Veneto 29. il liceo si trasferì in un’ala delle scuole elementari e qui incaricai il sabato uno dei miei allievi di spiegare i rudimenti dell’informatica utilizzando il mio Commodore 64.

Da notare che all’epoca ancora non ero ancora andato a Bologna per la ricerca sulle nuove tecnologie che sarebbero arrivate al liceo su mia proposta al mio ritorno.

L’avvertimento

Come mi siano state passate le consegne per la gestione della sezione staccata del liceo l’ho già raccontato (in realtà già da prima avevo ricevuto la proposta dal preside precedente di “spiare” Maurizio Villani, ma avevo rifiutato in nome dei rapporti di amicizia che ci legavano); durante la mia gestione una mattina mi si presentò a scuola una delegazione capeggiata dal tenente Mori (capo delle guardie municipali), dal dottor Scuderi (ufficiale sanitario del comune di Bondeno), dall’ing. Sani.

Li ricevetti in sala insegnanti alla presenza della collega Monteverdi (in ora “buca”), sostanzialmente mi dissero che erano insoddisfatti della mia gestione e mi esortarono a cambiare sistema; non lo feci e nel 1980 una delle mie classi (tranne una allieva, a cui però non potevo fare lezione perché di sesso opposto) si rifiutò di entrare in classe.

Il mio errore era stato di enunciare l’intenzione di sfoltire la classe troppo numerosa, dove c’erano anche figli di miei colleghi.

Dopo alcuni giorni la protesta rientrò e l’anno si concluse normalmente con una diecina di persone di meno e io fui sollevato dall’incarico.